Signore e signori: tanto di cappello a questi giovanotti. Usciti due anni fa con il sorprendente “The First Chapter”, i Circus Maximus hanno bissato la sorpresa estraendo dal cilindro un’altra vera perla che risponde al nome di “Isolate”.
Bastano i primi 26 secondi della prima canzone “A Darkened Mind” per capire di che cosa stiamo parlando: riff semplice ma potente, subito un paio di scalette neoclassiche, un tappeto di tastiere, un buon middle-time di doppia cassa ed un basso tosto a tenere la linea ritmica e tonale. Poi lo stop….e si respirano nuovamente quelle atmosfere mistiche, tranquille ma misteriose che tanto avevano colpito nel primo disco. Gran pezzo come opener decisamente
Chiudendo da dove cominciava il brano, si passa a “Abyss”. I richiami ai Dream Theater (”Beyond this Life” su Scenes From a Memory) sono palesi sin dalle prime note, ma il brano poi si sviluppa in maniera completamente differente, con una freschezza ed una forza nell’arrangiamento e nel ritmo davvero notevole e sorprendente.
Via con la terza canzone, “Wither”. I passaggi sono semplicissimi ma efficacissimi, i cambi da sfondo di tastiere a chitarre distorte e di nuovo a melodia rendono la canzone piacevolissima da ascoltare, il ritornello poi è da classici rock, davvero un gran pezzo.
Il quarto pezzo (ormai sembra essere una consuetudine del gruppo norvegese) è la strumentale “Sane to More”. Meno di 4 minuti per una performance di livello assoluto. Perfettamente bilanciata, tempi giusti anche nella durata. Le ispirazioni theateriane si sprecano, ma a differenza dei newyorkesi i Circus Maximus hanno il dono della sintesi, riescono ad essere incisivi per tutto il brano senza andare troppo in là.
Quinto pezzo a ruota “Arrival of Love” che con un intro rockeggiante ispiratissimo anni ‘80 si lancia in una “cavalcata” tipica del basso progressive per poi riprendere uno stile tipicamente rock. Questo mix di stili è la vera forza di tutto l’album.
Non poteva poi mancare la ballad struggente. Con un piano dal lento incedere (richiami a Space-Dye Vest) si sviluppa questa coinvolgente e mistica lenta, in cui una chitarrona distorta riempie all’improvviso l’atmosfera e gli acuti di Mike Eriksen in sottofondo riempiono il brano di pathos. Il finale solenne in dissolvenza è la perla che chiude quest’altro grande brano.
“Mouth of Madness” è invece la canzone impegnata. Impossibile da descrivere lucidamente tanti sono i cambi ed i momenti in essa, e come nel caso della strumentale si ha la sensazione di ascoltare molto più dei 12 minuti finali, sebbene non ci sia tempo di cadere nella noia.
Finita questa lunga tirata è tempo di sonorità più orecchiabili e “From Childhood’s hour” è il giusto compendio. Canzone abbastanza semplice nel sound, ma anche qui non c’è tempo per la noia perchè i Circus riescono nell’impresa di rendere fresca e coinvolgente ogni singola nota.
Chiude il disco “Ultimate Sacrifice”, forse la meno bella fra tutte le canzoni (a parer mio) ma niente da eccepire anche qui. La forza del sound, dei cori di voci sovraincise, della chitarra di Mats Haugen tengono su ogni situazione e non c’è un solo secondo che si possa dare per scontato.
Che dire? In un periodo di calo di altri mostri sacri del prog questa perla è davvero un toccasana per i patiti del genere. La freschezza di molte arie di questo disco è la forza e allo stesso tempo il limite di una band che comunque si sta affermando ad altissimi livelli. Ed il grande pubblico del prog, sono sicuro, non tarderà ad innalzarli alle vette che realmente competono ad una band fatta da esecutori onesti ma originali e capacissimi in fase compositiva.