Sono sempre stato l’ultimo a criticare i Dream Theater nelle loro ultime uscite da studio, ho apprezzato ed amato album quali “Train of Thought” e “Octavarium” che invece hanno alzato parecchie polemiche nell’ampia community dei supporter della prima (in ordine di tempo) metal-progressive band in circolazione.
Questo “Systematic Chaos” invece non m’è proprio andato giù del tutto. Sarà forse l’eccessiva e pesante introspezione (spesso forzata) di parecchi pezzi, ma non riesco a venire a capo del perchè questo disco tutto sommato non riesce a lasciarmi soddisfatto. Ascoltando i vari brani non ce n’è uno che oggettivamente si possa definire peggio di un altro, non c’è forse il pezzo che uno salta a piedi pari e volentieri, ma dall’altro lato manca anche il brano assolutamente carismatico e travolgente, manca lo spunto d’autore, mancano degli scossoni. E’ tutto assolutamente piatto, quasi privo d’interesse, fila liscio come l’olio senza lasciarti nulla.
Eppure l’introduttiva “In the presence of enemies pt.1″ sembra promettere molto, con il suo lungo intro strumentale progressive seguito da un dolce passaggio melodico che porta al cantato, che tra vaghi richiami agli Iron Maiden (ritmica dell’interludio) e passaggi nu-metal (seconda strofa) si lascia sentire con estremo piacere.
L’interruzione del brano (che riprenderà con una magia sonora al pezzo numero 8 del disco) introduce “Forsaken”, una ballata ascoltabile, a tratti anche piacevole ma del tutto priva di personalità (addirittura meno della pur bellissima “The Answer Lies Within” di Octavarium).
La terza canzone è “Constant Motion”, il singolo di lancio. Un intro in pieno stile Dream Theater porta ad un brano in cui tra cantato e riff duri di chitarra le citazioni palesi ai Metallica si sprecano….potente si, ma anche in questo caso un brano parecchio stantio, arido di idee.
Il cd va avanti, cercando ancora le orme di un Portnoy stranamente al suo posto, inizia “The Dark Eternal Night”, cupa nei suoni, incupita ulteriormente dal middle-rhytm e dai riff nu-metal del ritornello (che per certi versi ricorda la tristissima St.Anger dei Metallica), con un intermezzo progressive che ha poco di delirante, poco di interessante, poco di non già sentito dai Dream stessi…
Arriva “Repentance”, che prosegue l’ormai celeberrimo concept della disintossicazione dall’alcool. Richiami potentissimi ai Pink Floyd ed uno slow time profondo, rovinato solo dall’eccessiva lunghezza di un finale che si ripete ad libitum e che per la prima volta da idea di voler essere diluito appositamente.
“Prophets of War” pare scritta dai Muse. Intro con sintetizzatore, blando pianoforte, cantato flebile…interludio con chitarra serrata e via con l’armonia del ritornello, tutto abbastanza (purtroppo) banale. Manca Petrucci, è tutto terribilmente semplice, terribilmente scontato. A nulla valgono i coretti in falsetto in background e l’unico spunto d’interesse sono le parti urlate, registrate dai fans appositamente invitati in studio per l’occasione.
“The Ministry of Lost Souls”…a metà tra una ballata con intermezzo progressive, dilungata a mio parere di un paio di minuti nel finale in maniera insensata…c’è qualche spunto in più qui, il pezzo ha un suo perchè, sebbene alla fine non entri certamente nella top ten del gruppo. Sfumando su questo brano parte l’ultimo pezzo “In the Presence of Enemies pt.2″, che sulla falsa riga dell’intro continua ad essere un brano coinvolgente, colmo di progressive e di melodie intriganti, decisamente sopra le righe rispetto al resto.
Impressioni? L’impressione è che tutto il disco s’imperni sul primo e l’ultimo pezzo, che gran parte dell’impegno compositivo si sia sviluppato attorno a questi due brani (che in realtà a mo di sperimentazione sono pubblicati separatamente ma possono essere considerati un unica canzone). Il resto ha il sapore di un lavoro nato frettolosamente. Portnoy non spicca mai, Petrucci è fermo sui riff di base e non aggiunge nulla, Rudess è relegato spesso a mero tappetista di note e gioca parecchio col synth, Myung come sempre risalta relativamente e complessivamente non c’è un trascinatore. A parte nel primo e nell’ultimo brano non c’è carisma, non c’è forza nè freschezza compositiva. Troppo poco per quanto la band sinora ci aveva abituato a sentire anche solo in Octavarium…personalmente non mi aspettavo i picchi di “Images and Words” e “Scenes From a Memory” in questo disco, ma speravo quantomeno di trovare una pubblicazione che avesse nerbo…ed invece ci troviamo purtroppo di fronte ad un album ben suonato, spesso orecchiabile ma sostanzialmente anonimo.